Servizio trasmesso al TG3 il 7 luglio 2007 (© Copyright RAI)
agosto 16, 2007
Coloni attaccano personale delle Nazioni Unite nelle colline a sud di Hebron
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di Amira Hass, Corrispondente di Haaretz
Due residenti di un insediamento illegale (outpost) vicino ad Hebron hanno attaccato dipendenti delle Nazioni Unite giovedì. Il personale delle Nazioni Unite stava guidando nell’area delle colline a sud di Hebron quando uno dei
coloni è saltato sull’auto e ha distrutto il parabrezza, mandando schegge di vetro in un occhio del guidatore. Un reporter ed un fotografo di Haaretz erano nell’auto, insieme a tre membri dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA).
I coloni, entrambi provenienti da Mitzpeh Yair, sostengono che il personale dell’ OCHA stavano tentando di sradicare gli alberi di ulivo dell’outpost. I dipendenti dell’OCHA erano stati a visitare il vicino villaggio palestinese di Bir al Eid. Al momento di ripartire, hanno visto un uomo che li avvicinava e l’autista ha frenato in modo da non urtarlo. L’uomo si è avvicinato, come per parlare agli occupanti dell’auto saltando invece sull’auto e rifiutandosi di scendere.
Le procedure delle Nazioni Unite proibiscono ai dipendenti di abbandonare un auto sotto attacco, l’autista quindi ha continuato ad avanzare guidando molto lentamente. Il colono si è tenuto stretto al tergicristallo e ha spinto contro il parabrezza fino a mandarlo in frantumi.
Nel frattempo, un altro colono e’ apparso e ha chiesto di vedere i documenti di identita’ di ognuno nell’auto, che recava la bandiera delle Nazioni Unite. Inoltre l’uomo brandiva una barra di metallo e ha bloccato la strada con pietre e pneumatici.
Circa 25 minuti piu’ tardi, dopo che il reporter di Haaretz ha chiamato l’esercito israeliano, e’ arrivata una jeep dell’esercito, seguita mezz’ora dopo da una auto della polizia .
Secondo la polizia, l’uomo che ha attaccato la macchina e’ stato in precedenza coinvolto in simili incidenti. Il secondo uomo e’ un cittadino britannico. Entrambi sono stati interrogati alla stazione di polizia di Kiryat Arba.
Traduzione da www.haaretz.com
luglio 31, 2007
L’Alta Corte reitera l’ordine di abbattimento del muro nelle colline a Sud di Hebron
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di Amos Harel, corrispondente Haaretz, 24/07/2007
Martedì scorso, l’Alta Corte ha ordinato all’Esercito israeliano smantellare la barriera di cemento vicino a Hebron entro due settimane. L’ordine è stato emesso il giorno dopo che la corte ha sentenziato che l’esercito israeliano ha deliberatamente ritardato l’esecuzione di una precedente sentenza di smantellamento.Il capo della Corte Suprema di Giustizia Dorit Beinisch ha intimato all’esercito di eseguire una disposizione emessa nel Dicembre del 2006, che richiedeva all’esercito di rimuovere entro 6 mesi il muro di cemento che corre lungo la Statale 317, a sud di Hebron.
Il decreto del 2006 era la risposta a una petizione presentata dall’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) assieme agli abitanti palestinesi dei villaggi circostanti. La sentenza della Corte in dicembre scorso aveva accolto l’opinione dei firmatari della petizione che la barriera, alta 82 cm e lunga 41 km, fosse un tentativo di opporsi a una precedente sentenza che vieta allo stato di costruire il muro di separazione lungo la strada. L’Alta Corte ha anche espresso martedì una critica severa al tergiversare dello stato sulla questione. La Corte ha dato all’ esercito una settimana per distruggere la barriera, e un’ulteriore settimana per rimuoverne le macerie dalla strada.
Lunedì Beinisch ha dichiarato che IDF ha deliberatamente ritardato l’applicazione della sentenza del 2006. Questo è avvenuto dopo che la corte ha riesaminato il caso in seguito alla denuncia, da parte dei proponenti la petizione, della mancata applicazione delle istruzioni della corte da parte dello stato .“ La corte ha deciso per la rimozione del muro. Questo non è il modo di trattare la corte” ha detto Beinisch al procuratore di stato. “Lo stato ha emesso un ordine a riguardo. Perché non è stato eseguito? Io mi sto sforzando di comprendere il modo in cui avete scelto di portare avanti questa questione”. Il procuratore Ayala Procaccia ha aggiunto che “se questo è il modo in cui lo stato tratta le disposizioni della corte, cosa dobbiamo aspettarci dal cittadino comune? Che messaggio volete mandare?”.
Secondo i firmatari della petizione, il piccolo muro di cemento è stato costruito per impedire ai pastori palestinesi di attraversare la strada con i loro greggi di bestiame. I firmatari hanno obiettato che questo è stato fatto per mantenere l’area a est della Statale 317 sotto il controllo dei coloni israeliani.
La corte aveva rigettato la protesta dello stato che la barriera intendeva proteggere gli automobilisti ed evitarne la scivolamento fuori strada, e aveva dato all’esercito 6 mesi per smantellarla. La corte aveva aggiunto che lo stato avrebbe potuto proporre soluzioni alternative, ma solo dopo lo smantellamento della barriera.Comunque, 48 ore prima del termine dei 6 mesi che la corte aveva disposto per smantellare il muro, lo stato ha richiesto una proroga, spiegando che aveva da proporre una soluzione alternativa. Tale soluzione era stata in effetti già rifiutata dalla corte: la direzione della Difesa proponeva di aprire dei varchi nel muro ad intervalli di 200 metri.
Nel frattempo, i firmatari della petizione hanno chiesto che la corte dichiarasse lo stato manchevole di aver rispettato la scadenza della corte per la rimozione del muro. La corte dovrebbe esprimersi sulla questione oggi. Fonti coinvolte nel caso hanno dichiarato che si aspettano che la corte ordini allo stato di distruggere il muro immediatamente.
Sorprendentemente, l’ex consigliere del ministro della difesa, Hagai Alon, che si era schierato dalla parte della richiesta di smantellare il muro, ha detto che la sua distruzione sarebbe una disgrazia. “Questa barriera non necessaria è costata centinaia di milioni di Shekels, che sono stati sottratti al budget senza motivo, in quanto IDF ha provato a citare motivi di sicurezza per spiegare una mossa politica” ha dichiarato.
Si ringrazia C. Graziani per la traduzione
luglio 2, 2007
Aiuta gli abitanti di Susiya a resistere nonviolentemente all’espulsione!
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Il 6 giugno 2007 si è tenuta l’ultima udienza alla Corte suprema israeliana sull’appello dei residenti palestinesi di Susiya ed ora si è in attesa della sentenza definitiva.
Susiya è una comunità palestinese nella parte meridionale della Cisgiordania. L’appello, presentato alla Corte nel 2001 (numero 7530/01), chiedeva di fermare la distruzione sistematica delle case palestinesi.
Gli abitanti di Susiya oggi sono estremamente preoccupati. La preoccupazione è legata al fatto che la Corte sembra aver accettato le argomentazioni del governo israeliano che definisce i residenti di Susiya occupanti abusivi, anche se proprietari legali della terra. Evacuati ripetutamente dall’esercito israeliano, gli abitanti di Susiya sono sempre ritornati ricostruendo senza “permesso”. le loro case, che nel frattempo erano state demolite.
Ottenere i permessi di costruzione è praticamente impossibile: Susiya si trova in area C, la parte della Cisgiordania (circa il 70%) sottoposta completamente all’autorità civile e militare israeliana. L’ufficio preposto a rilasciare tutti i permessi amministrativi è l’Amministrazione Civile : un settore dell’Esercito Israeliano il cui ufficio principale si trova in un insediamento nella parte settentrionale dei Territori Palestinesi Occupati. Non c’è fine al cinismo dei coloni, dell’esercito israeliano, dell’Amministrazione Civile e perfino della Corte Suprema verso i Palestinesi di Susiya. È infatti noto che in tutti i Territori Occupati l’Amministrazione Civile non ha mai rilasciato permessi di costruzione ai Palestinesi. Alcuni residenti, in passato, hanno comunque presentato richiesta di permesso, solo per vederselo rifiutare numerose volte.
Lo stato israeliano, pur ammettendo che si tratta di terra privata palestinese, sta per decretare l’espulsione definitiva di 13 famiglie palestinesi di Susiya che vogliono continuare a vivere sulla loro terra e lavorare i loro campi mentre continua a sostenere l’espansione dei coloni su quelle stesse terre palestinesi e la loro richiesta esplicita di una terra “libera” dai suoi abitanti originari.